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08 January Cronaca IISeconda selezione dal libro Di questo mondo e degli altri edito da Einaudi, dello scittore Josè Saramago, spero vi piaccia, a me ha colpito molto...
La parola resistente
Scelga il lettore una parola qualsiasi, la dica molte volte di seguito - a poco a poco andrà perdendo di senso e densità fino a trasformarsi in un'articolazione sonora incoerente, che non esprime più nulla. Arrivato a questo punto critico, nasce in lui un moto di panico: deve recuperare la parola distrutta, impastarla di nuovo nel complesso di emozioni che le restituiscano l'antica e familiare fisionomia. E' un'esperienza semplice che serve a mostrare il nostro estremo bisogno delle parole per continuare a essere.
Se troverà l'introduzione pretenziosa, il lettore la dia per non letta. Né io l'avrei scritta se non avessi sotto gli occhi una parola che ha resistito a tutti i miei tentativi di polverizzazione: non per niente da secoli andiamo dicendo che l'eccezione conferma la regola.
Tale parola è <<orizzonte>>. Sono arrivato a pronunciarla cinquanta volte. Dopo questa sgobbata, ho finito per ritrovarmi io dentro una sfera risonante, al centro di un vertiginoso e inaccessibile cerchio. E' stato allora che ho scoperto il prestigio di questa parola, prestigio che le deriva dal particolare carattere di ciò che esprime.
Vediamo perchè. L'orizzonte, secondo le definizioni correnti, è la linea in cui il cielo sembra che sembra confondersi con la terra o con il mare. In qualsiasi direzione l'osservatore si sposti, la linea dell'orizzonte si sposta con lui. Si va formando così una successione di cerchi secanti, come se l'osservatore spingesse lo spazio davanti a sè e si trascinasse dietro una cortina distante, che è il limite della sua portata visiva. Dal che si conclude che nessuno potrà mai trovarsi all'orizzonte. In qualsiasi punto ci troviamo, l'orizzonte è semrpe un'immagine che ci sfida, che ci promette meraviglie. Gli andiamo incontro e subito si allontana, per ricominciare a lusingarci.
Tutto ciò, come il lettore avrà ormai capito, ha due sensi: il proprio e il figurato. L'uno è quello della realtà fisica, contro il quale nulla possiamo dal momento che non ci è dato stare qui e là allo stesso tempo, essere simultaneamente l'osservatore e l'osservato, stare dove si sta e anche nella linea dove il cielo, ecc. ecc. Di questo senso non curiamoci per buona pace della nostra pace mentale.
L'altro senso invece (quello figurato) fa al caso nostro. Mi riferisco ora a un orizzonte trasposto sul piano della realizzazione personale, nei trentamila rami in cui essa può proiettarsi. E ciò è molto più importante che avere il dono dell'ubiquità. E' chiaro che anche in questo caso la linea dell'orizzonte si sposterà a ogni passo che faremo. Oltre l'orizzonte c'è lo spazio infinito. La brevità della vita (della nostra vita) non consente un lungo tragitto sulla strada delle realizzazioni possibili. Ma a pensarci bene, questa vita non avrebbe molto senso se non fosse, o non dovesse essere, un continuo sforzo per raggiungere orizzonti - anche se essi non si trovano più dove li avevamo visti prima.
Oggi mi è venuta così. Altre volte mi è capitato di raccontare casi reali o storie inventate, intricate al punto che non riesco più a distinguere dove finisce la realtà e comincia l'invenzione. Stavolta, nel silenzio, e nell'isolamento in cui lavoro, è stato come se per magia mi fossi sdoppiato e mi vedessi, sicuro e ostinato, nel paesaggio interiore della mia umanità, con gli occhi a un orizzonte a cui nego l'inaccessibilità - perchè è la che vado. Come chi si arrampica su una lunga e scabra corda, ben sapendo quanto lunga e scabra sia, ma a cui impongo la realtà del volere e di questa indefinibile certezza che non perdo neppure quando sembro annegare nei dubbi; non c'è altra via se non quella in cui possiamo riconoscerci in ogni gesto e in ogni parola, quello della tenace fedeltà a noi stessi.
Oggi mi è venuta così, lettore. Abbi pazienza e volta pagina. 02 January CronacaVoglio riportarvi una cronaca di Josè Saramago, uno dei miei scrittori preferiti, per farvelo non dico conoscere, ma quanto meno annusare e valutare. Forse riproporrò altri estratti più avanti, è giusto che le cose che reputiamo buone debbano poter circolare liberamente per il mondo...e un augurio per il nuovo anno, W.
Soli siamo noi, a quanto pare. Il sistema solare non ci offre ormai grandi speranze. Giove è molle, fluido, non ha consistenza per sopportare i duri passi dell'uomo; su Saturno la temperatura si aggira sui centocinquanta gradi sotto zero, ci sono metano e ammoniaca, gas non certo consigliabili ai polmoni umani; su Mercurio il piombo sarebbe sempre fuso sulla faccia rivolta al sole; Urano e Nettuno sono talmente freddi che i gas comuni si potranno trovare solo allo stato liquido; di Plutone basti dire che è di quattromila milioni e mezzo di chilometri la distanza minima che lo separa dal sole; anche da Venere sembra che non ci sia da aspettarsi molto; e Marte è la nostra più recente delusione.
Sicchè siamo soli. Attorno al sole si muove una corona di pianeti la cui unica pietra preziosa - smeraldo, rubino, diamante - è la Terra. Il resto sono polveri, fornaci, vortici di ghiaccio. E qui, dove la vita è stata possibile (pur con polveri, qualche fornace, ghiaccio a sufficienza), non troviamo niente di meglio che inventare procedimenti per eguagliare in aridità, desolazione e abbandono i pianeti che ci accompagnano. E siamo tanto impegnati in questo che ormai non ci è impossibile aprire pozzi atomici, in obbedienza allo stile paesagistico della luna, e ora di Marte: una sorta di orografico luogo comune: il cratere.
Da questo mio modesto buco (mi perdoni il lettore, ma tutto è buchi, pozzi, crateri) vedo che dovremmo ripensare a quello che stiamo facendo. Va bene divertirsi, andare al mare, alle feste, allo stadio, questa vita dura due giorni, l'ultimo chiude la porta - ma se non ci decidiamo a guardare il mondo seriamente, con occhi severi e giudicanti, la cosa più certa è che avremo un giorno solo da vivere, che lasceremo la porta aperta su un vuoto infinito di morte, oscurità e fallimento.
Accettiamo di essere soli. Accettiamolo senza disperazione. Da questa parte della galassia, in un insignificante sistema solare, ecco la nostra patria. La popolano tre miliardi di persone, altrettanti satelliti vivi che forse non potrebbero sussistere fuori di essa. Accettiamo allora di essere soli e a partire da qui facciamo la nuova scoperta di essere invece accompagnati - gli uni dagli altri. Quando volgeremo gli occhi al cielo stellato, con la furiosa voglia di arrivarci, anche se solo per trovare quel che non è per noi, anche se dovremo rassegnarci all'umile certezza che in molti casi non basterà una vita per fare il viaggio - quando volgermo gli occhi al cielo, ripeto, non dimentichiamo che i nostri piedi poggiano sulla terra e che è su questa terra che il destino dell'uomo (questo nodo misterioso che vogliamo sciogliere) deve compiersi. Per una semplice questione di umanità. |
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